Hyde Pank
hopini.oni
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7 lug
C’è stato un tempo (c’è ancora, in qualche dove) in cui le cose si facevano. Funzionava così: si acquisivano tutte le capacità che servivano. Intanto, si viveva. Facendo le cose che servivano. Mio nonno sapeva fare parecchie cose, a casa sua aveva fatto porte, finestre, attrezzi di varia natura, mestoli, coltelli, bastoni, manici intagliati per roncole e rastrelli, tavoli, sedie, mangiatoie, pergole, altalene, armadi, tavoli da lavoro. E chissà quanta altra roba. Ho visto la bottega da fabbro di Eros, ce l’aveva in casa, al piano di sotto. Era così. Serviva una cosa, la si faceva, oppure si andava dal vicino o dal parente che la faceva lui e si ricambiava facendo qualcosa per lui, e ci si aiutava. Soprattutto, il sapere passava, si tramandava. Di generazione in generazione, di padre in figlio, da maestro ad allievo. Alessandra lo diceva l’altro giorno: bisogna che non si perda questa conoscenza, bisogna che chi sa insegni a chi non sa, finché si è in tempo. Perché non è una questione di dividere il lavoro che si fa per campare dal bricolage. E’ una questione di memoria. E chi non ha memoria non ha futuro.
5 lug
Ho tentato di spiegare alle formiche che al vertice della piramide delle specie terrestri c’è l’uomo. Loro erano lì che mi camminavano intorno, qualcuna mi saliva sui piedi e io spiegavo e spiegavo, ma loro niente. Non che fossero poco rispettose, semplicemente non avevano un’idea rispetto a questa cosa. Abbiamo costruito questa chiesa qui con il nostro ingegno, formiche. Sono arrivato qui con la macchina, era caldo ma c’era l’aria condizionata e anche l’accrocco per metterci i bicchieri che non so perché ma si apre da solo e poi lo prendo in pieno quando metto le marce. Inventiamo meravigliose cose utili o inutili. Siamo i primi della classe, sapete? Potete camminarci tra i piedi, se volete, ma non dimenticate, meritiamo rispetto. Loro hanno continuato ad andare. Noi teniamo traccia della nostra esistenza, siamo nomi e cognomi, cartelle cliniche, posizioni assicurative, contribuenti, fascicoli di vario tipo. Da migliaia e migliaia di anni abbiamo preso a chiamarci per nome. Ma questo, forse, lo fanno anche loro.
1 lug

Te ne sei andato stanotte che era l’una, e io non sapevo niente. Avevo preparato un pacchetto di vecchi inserti del Manifesto, li tenevo da parte, al piano basso della libreria. Per portarteli, passando da Duronia, un giorno, magari per andare al sud in vacanza, o in Grecia. M’ero immaginato la strada, di girare a Venafro, farmi tutte quelle curve e di arrivare su quella piazzetta. Avremmo mangiato lo scattone, fatto un giro, ci saremmo ricordati di noi. L’amavi tanto, Duronia, quasi quanto amavi Antonella. Eri silenzioso, gentile. Avevi a cuore tutte le ingiustizie del mondo. Adoravi la musica. Abbiamo passato tanto tempo ad ascoltare dischi da te, c’eravamo avvicinati, avevamo tanti gusti in comune, eravamo entrati nella stessa famiglia da strade diverse. Ne siamo usciti per la stessa strada, ma per te era già cominciata una spirale di brutte cose, troppo brutte per essere vere. Scherzavamo sulla tua ipocondria, guarda quanto avevamo torto, amico mio. Mi ti ricordo che ti sposi, con la giacca. Io avevo la febbre, quel giorno. Mi ti ricordo in tanti frangenti, come quella volta che siamo andati insieme a vedere Joe Strummer. Mi sono detto tante volte di provare a cercarti, di vederti, di sentire come stavi. Anch’io avevo da pensare a me, a liberare la forza che avevo dentro. Poi sei tornato al paese, e poi, alla fine, ci siamo ritrovati su Facebook, che sia benedetto. Pensavo giorni fa che non c’eravamo più sentiti, volevo scriverti, sentire come stavi. Adesso ho saputo e sto qui che cerco di respirare. Le persone normali, quelle come noi, non le ricorda nessuno. Non le elogia nessuno per quello che hanno fatto nella vita. Io so che tu hai fatto delle cose importanti, ma importanti davvero. E non ti dimenticherò. Ti sia lieve la terra, amico, fratello. Caro.
26 giu
Il coro si fa unanime, da Pomigliano alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno.
Basta con queste supertutele. Via i privilegi che appesantiscono la povera industria italiana, che cade sotto i colpi della concorrenza straniera come la nazionale di Lippi. Si deve negoziare in deroga al CCNL, meglio ancora se a livello aziendale, dove ci sono operai che non vedono l’ora di guadagnare meno. E basta, poi, con quest’articolo 18 che tutela quelli che invece di lavorare guardano le partite dell’Italia. Vergonia. Non avete pietà per un Paese che per colpa vostra patisce. Mano allo Statuto dei Lavoratori, e l’economia italiana volerà: del resto il sommerso non è il segno della furiosa vitalità di un’economia che non aspetta che l’occasione giusta per riemergere?
Lo Statuto dei Lavoratori va rivisto con più flessibilità (La Stampa – intervista al Prof. Tabellini, Rettore della Bocconi – 25/6/2010)
Nuove relazioni industriali, flessibilità e competitività: così cambia il mondo del lavoro – Michele Tiraboschi, direttore centro studi Marco Biagi – Il Messaggero
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