Hyde Pank
hopini.oni
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26 ago
Capita sempre più spesso di assistere agli spettacolini di quelli che, preso troppo sole, perdono la trebisonda e intervengono in pubblici consessi a rivelare il verbo di presunte verità, dall’alto di un sapere che è parte scienza infusa e parte folgorazione su strade che da Damasco sono ancora troppo lontane. Così, a margine di un piacevole incontro con un grande disegnatore di satira lieve, ancorché tagliente, come Staino, si assiste attoniti al break di un paio di sedicenti esperti che, facendo riferimento a fantomatici dati in loro possesso, sostengono balzane teorie sulla mancanza di differenze sostanziali tra la mafia che regge Firenze e quella che comanda Palermo. Cose che si commentano da sole, con un’alzata di spalle o (meglio sarebbe) un paio di pedate nel culo dell’opinionista demente, che è ovunque e alligna sempre più spesso anche negli sconfinati spazi internettici. Viene da pensare che il pessimo esempio del killeraggio quotidiano a colpi di dossier può servire da incentivo per le performance di certi scalmanati, per poi servirsene, in un perverso loop che incrementi a dismisura la libera circolazione della fanga delle calunnie. Una deriva contro cui non c’è rimedio, e a poco serve sperare che i primi a esserne travolti siano coloro che l’hanno alimentata, per creare un ambiente mefitico in cui curare i propri loschi affari. Dei dementi si servono i cinici: assecondare è pericoloso.
24 ago
Carlo era piccolo. Lo chiamavano tutti Carletto, per via del fatto che era basso di statura. A quindici anni, se sei un soldo di cacio, sembri al massimo uno delle medie. Carlo era piccolo, ma velenoso. Girava con i gemelli, i fratelli piu’ piccoli di Zorro, un coatto che entrava e usciva dalla galera. Insieme, erano tre pesti, tutti minorenni, tutti in odore di tossicodipendenza precocissima, tutti abituati a frugare nelle macchine e a terrorizzare il quartiere. Nessuno lasciava piu’ un oggetto in vista che potesse avere il minimo valore. Sigarette, ombrelli, giacche, qualunque cosa. Ovviamente la specialità dei tre erano le autoradio, ma anche borse e scippi vari, compresa qualche puntata goliardica in qualche negozio o appartamento, cosi’, per divertirsi, per crescere, per mettere insieme i soldi da spararsi al luna park o con le battone giù vicino casa. Per comprare una vespa o un motorino, tanto, non c’era problema: li rubavano. E nemmeno con i genitori. I tre erano figli della suburra, o della periferia malata, come volete. E avevano una vocazione per la spacconata. La botta da grandoni. Come ogni pomeriggio Carlo usciva di casa guardandosi intorno, sempre vigile. Aveva allenato un bell’occhio da predone, capiva al volo quando c’era qualche macchina interessante, anche se in genere evitava di entrare in azione proprio sotto casa. Camminò sotto i ricci scompigliati dal vento verso il bar dello Sciacallo, dove in genere s’incontrava con i gemelli. Un occhio alle madame, che al commissariato era soggetto conosciuto. Anche se era troppo piccolo, e ogni volta ci scappavano due schiaffi e una ramanzina. Carletto arrivo’ davanti al Bartolini, dove andava il Pode e qualche altro suo amico tossico. Fuori c’era una volante della polizia, una Giulia, appoggiata in doppia fila. Dentro, nessuno. La radio che gracchia e basta. A Carletto non sembro’ vero. Salto’ dentro, mise in moto, sgommo’ di prima e di seconda, arrivo’ a Via delle Robinie e girò come un pazzo, per sfrecciare a tutta velocità nello scacchiere delle vie di Centocelle. Roarrr. L’adrenalina era a mille, chissà che casino c’era fuori dal Bartolini. La radio faceva il cicalino, Carletto rise. Chiama sto cazzo, disse, mentre sorpassava i malcapitati automobilisti che giravano per le strade secondarie di Centocelle. Arrivò sgommando a Viale della Primavera, inverti’ la marcia mettendo a repentaglio il traffico e imboccò la rampa del campo sportivo, che era a sterro. Alzò una nuvola di polvere, percorse il lato lungo dell’impianto e inchiodò alla fine, tirando il freno a mano. Mollò la macchina e scappò via, per i campi, riscendendo dall’altra parte dei pratoni. Poi si avviò, tutto tronfio, verso lo Sciacallo, dove raccontò la prodezza ai gemelli e agli altri amici. Qualcuno storse il naso, non credeva che qualla mezza cartuccia avesse un tale fegato. Dovette ricredersi di li’ a poco, quando arrivò la polizia a prendere il giovane pirata della strada, che salì sulla volante ridendo e facendo l’occhiolino agli amici. Scherza, Carle’, dicevano i poliziotti, mentre lo prendevano a schiaffoni. Scherza, che fai una brutta fine. Vero. Carletto morì un paio d’anni dopo. Capita a chi vive al limite, e oltre. Come lui, molti altri. Di redenzione, manco a parlarne.
26 lug
Il simpatico bipede scoccodeante si può preparare in milioni di modi, su di lui s’è detto tutto il possibile, inclusa la denuncia per i barbari modi con cui si sopprimono i pulcini maschi nelle fabbriche di uova. Per tacere dei dettagli sulla composizione dei McNuggets, roba da gatti fradici nel muso. Qui a Hopini si tramandano ricette originarie dell’Asia Minore, memorie da caravanserragli o da ladri di polli, chissà. Intanto non si fa come a Hong Kong, dove preferiscono il culo (a Roma si dice a chi chiacchiera tanto: “che te sei magnato, er culo della gallina?”. L’origine della battuta è incerta). Dicevamo, Hopini. Petto di pollo da fare a pezzettoni. Con un petto ci faccio due persone, ché noi si preferisce stare leggeri, salvo quando si magna ir cignale. Il pollo spezzettato finisce in un ciotolo insieme a un bicchiere di yogurt magro (quello della Coppe, ci ho messo, mi sa che col greco viene meglio) e a un po’ di semi di coriandolo e di cumino. Lo si lascia lì per il tempo di fare un giro, una mezzoretta, un aperitivino, una frescheggiata, una tagliuzzata, meglio, alle verdure. Non si sa se sia meglio il peperone o la zucchina, o entrambi. Io propendo per il peperone, ma sò gusti. Comunque lo taglio a striscioline piccole, e lo tuffo in una padella simil-wok con un goccio d’olio, dove avvampa per cinque minuti a tutto foco, magari anche insieme a una carota tagliata a fiammifero e a un pizzico di curcuma. Dopo i cinque, ci tuffo dentro il pollo con tutto lo yogurt, lascio alto il fuoco due minuti, poi modero e vado avanti fino a quando il pollo è cotto. Condisco con una salsa fatta da yogurt, l’avanzo della marinata rabboccato un po’, con qualche avanzo di cumino, uno spicchio d’aglio, un cucchiaino di senape, altre cose che si trovano qui, che con i turcomanni c’entriamo poco. Come questo pollo, del resto. Che però è buono, mi pare. Così dicono quelli che si accostano alla mia tenda e mangiano.
24 lug
A luglio, si sa, fa caldo. Specialmente a Roma. Walter lo sopportava a stento, ma a diciassette anni non si perde tempo a lamentarsi. Si mangia la vita a morsi. Meglio. Walter s’attaccava alla sigaretta e tirava. Avido. Marlboro morbide, mejo de quelle col pacchetto duro. Più dolci. Non merda secca come le MS, che Walter non se l’era mai fumate. Lavorava. Come una bestia. Da quando aveva undici anni. Attaccava la mattina che era buio, al mercato di Centocelle, quello scoperto. Arrivava alle quattro, quattro e mezza. Montava i banchi di legno. Aspettava i camion che portavano la frutta, chi arrivava dai mercati generali, chi da Latina. Poi sotto a metterla sui banchi, ordinata, colorata, bella. E poi di corsa a scuola, alle otto e mezza, per colazione una Marlboro morbida. Continua >
19 lug
aperiodico di satire laziali
Reja: Pintos? Fatemi valutare bene
Per fortuna hanno ridotto il tetto massimo di extracomunitari
Reja vorrebbe Acquafresca
Lotito: Roma è piena de fontanelle
Aereo laziale sfotte i romanisti sul litorale
(Almeno quelli in grado di leggere)
Reja: obiettivo Champions
Il tecnico laziale ha appena rinnovato l’abbonamento a Sky
Zarate/Cruz, Lotito non rischia
i giudici non li hanno mai visti giocare
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