Hyde Pank
hopini.oni
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6 mar

se mi ami, sfilettami
Stasera nevicava, accidenti a lui. Acceso il fuoco, c’era da chiudere il conto ai tre filetti di sgombro avanzati ieri, ché due erano già stati scottati in padella e sgargarozzati alla bruta. Quando non so come fare sfoglio qualche libro o mi rivolgo a Google. Nel mazzo delle ricette ce n’era una di Cavoletto. Mi piace molto il blog di Cavoletto, ce l’ho in Google Reader da anni, qualche volta ho anche preso qualche spunto. Ricette quasi mai. Non so se mi fa soggezione, con quelle foto belle. Mi sembra complicato. Non le ricette, non so come dire. Non mi viene di rifarle. E’ come quando parli con una nordeuropea e pensi adesso non starò gesticolando troppo? Mi capirà se parlo romanaccio? Non gli sembrerò pieno di mani e di braccia e, insomma, non gli parrà che io urli e che sia una secie di invasato? Mah, certe volte mi preoccupo da solo. Comunque, c’è questa ricetta che fa al caso mio. Gli spaghetti con le polpette di sgombro. Roba calabrese, pare. Sugli spaghetti con le polpette ogni tanto si discute. Dice: in Italia non esistono. Ma gli americani le trovano al ristorante. Saranno stati gli immigrati che si sono contaminati tra loro, poi dice che il meticciato fa male… Comunque c’è una cucina italoamericana e una Italiana, suddivisa in decine di cucine locali eccetera. E ci sono sti tre sgombri. Non starò a ripetere quello che ho letto da Cavoletto, racconterò quello che ho fatto io. Che principalmente è casino. I tre filetti di sgombro li ho presi e spellati bene bene. Poi col coltello comprato a Frosolone tlactlactlac li ho tritati finifinifini. Ho recuperato la mollica da un paio di fette di pane raffermo. Mi sono tagliato un dito per scrostarla, l’ho ammollata con qualche goccia d’acqua e l’ho strizzata forte facendone poltiglia. Sblosc. Ho preso un ciotolo e ci ho messo il pesce e il pane. E sfrach, ci ho rotto un uovo con gesto pomposo. Poi ci ho aggiunto del prezzemolo tritato, del pecorino grattugiato, del sale, del pepe e un paio di cucchiai di farina e con un cucchiaio ho cominciato a mescolare la pappetta ottenuta. Mescolavo, mescolavo, che mi facevo vergogna di toccare con le mani. Finché non mi sono deciso e gli ho dato una ricca smucinata. Poi ho messo del pangrattato in un piatto, ho fatto delle polpettine con la pappetta di cui sopra, le ho impanate e sfrosh, le ho fritte per benino. Per poi pescarle e metterle in caldo con la carta assorbente. A parte, fatto sugo con aglio-olio-peperoncino-pomodoro e cotti spaghetti al dente, poi saltato tutto insieme, pasta, sugo e polpettine. Sarebbe stato tutto buonissimo se non avessi fatto asciugare troppo la pasta, la prossima volta la tiro fuori prima e la cuocio a risotto. Ma la polpettina di sgombro era squisita. Per farla c’è voluto niente: lo sgombro è pesce azzurro, non costa un accidente, è fresco, simpatico, non sporca, tiene compagnia, fa bene. Un effetto “bastoncino” di pesce ottenuto in tutta semplicità, ma senza le panature industriali, avendo visto il muso del pesce, impastato e cotto la mollica del pane e tutto il resto. Non credo che per cuocere le robe del capitan Findus ci voglia di più, forse ci vuole la voglia di farlo e purtroppo la vita ci scogliona un po’ tutti.
Lo chardonnay da supermercato è stato trincato alla salute di Cavoletto, naturalmente. Le polpette, sgombrate. Manco a dirlo.
4 mar
A un certo punto ho cominciato a sentire in giro di tutta questa gente che fa il pane con la macchinetta. E l’ho assaggiato. Ora, penso che a Benedetto sarebbe venuto un accidente. O forse avrebbe alzato le spalle, stretto un po’ le chiappe e continuato a impastare una pagnotta con la destra e una con la sinistra, col cappelletto bianco in testa e le infradito sui piedi scalzi, le cosce pelose tutte bianche di farina. Oh, mica imito un fornaio vero com’era Benedetto. Però pure lui quando è nato aveva millenni di fornai che erano venuti prima. E zac, avrà pure frut frut impastato bene le pagnotte e il ferrarese e che, ma non era il solo. E non sarà l’ultimo. Arriva il momento che uno prende il coraggio a due mani e decide che è venuta l’ora di panificare. Che è facile. Quasi. Intanto ci vuole il lievito. Lo si compra al supermercato, sta in frigorifero, in genere si tratta di confezioni da due cubetti da 50 grammi l’uno. E occhio che scade. Il lievito si mette in un ciotolo con l’acqua calda: il ciotolo è piccolo e l’acqua è mezzo bicchiere, tiepida. Mezzo cubetto per mezzo chilo, uso. E gli appoggio sopra da mangiare un cucchiaino di zucchero. Sò microrganismi, sò golosi. Poi preparo la ciotola della farina. Ho una ciotola di legno tutta bella che comprai una volta da Ikea, pensando che non costasse una ceppa, come tutte le cose che vende Ikea. Alla cassa, dopo aver pagato, mi chiesi “macheccazz?” e realizzai di aver speso VENTICINQUE euro per la stupida ciotola cinese. Rimasta intonsa per un par d’anni, fino al tempo del pane. E allora, ciotola. Farina. Tre etti. Bianca. Oppure integrale. Con un cucchiaio di legno ci faccio un buco. Ci verso dentro un po’ d’olio, che dice che si mantiene meglio. E un pizzico abbondante di sale, di nascosto dai toscani amanti dello sciocco. Nel ciotolo piccolo, dopo dieci minuti, il lievito si è sciolto in una schiuma attiva. Che non va messa nel water, ma aggiunta alla farina. Insieme a un’altra ciotolata di acqua tiepida. Poi col cucchiaio flopflopflop si comincia a mischiare la farina all’acqua. E le prime pallocche si formano, sgnarz. Infarinate, poi via via più umide. Blosch. Si legano farine e acque, formano gli agglutinati del Bounty. Continuo a giocare col cucchiaio, fino a che non si comincia a fare una palla di pasta. Ma è farinosa e non lega e ci aggiungo ancora acqua. Troppa. Infilo le mani, mischio. Mi s’incolla tutto. Ho le maniche giù. La parannanza tutta infarinata, la pasta è appiccicosa e m’incolla le dita e ho chiuso il barattolo della farina. Apro smadonnando e la verso giù dal barattolo che è quadro e poco incline al compromesso. Swoppp casca giù una quantità ENORME di farina. Ne prendo un pò con la mano, infarino un grosso tagliere che s’improvvisa spianatora. Schieno la pasta, faccio ghiri ghiri, impasto con la forza. Pensare a Belen può aiutare. Non quelli professionali come me. Io schiaccio, tiro, torco, arrovello, spingo, allungo, annodo. Piego. Faccio cilindri e cubi. Palle e matassoni. Alzo, poi schiaccio. Alla fine tutta la farina è dentro, la pasta s’incolla un poco e ri-infarino. Poi mi stufo. Dice che più la lavori meglio è: io butto uno sbuffo di farina nel ciotolone di legno, ci insacco la palla con un gancio cielo e copro con un panno. Poi metto sul termosifone e via. Torno dopo un’ora: è tutto gonfio. Ganzo. Riprendo il tagliere/spianatora, infarino, impasto. Sulle prime sgonfia, poi ridiventa elastico. E strizzo, torco, arrovello, stiro, percuoto e schiaccio. Un po’ di meno. Rigancio cielo e di nuovo a riposare, coperto, altra mezz’ora. Accendo il forno, piglio uno stampo da plum cake un pò grosso. ci verso una goccia d’olio e ungo col dito. Che poi uno se lo ciuccia e sa d’olio d’oliva che ricorda pane olio e sale. Accendo il forno, che è un fornicello elettrico piccino ma gajardo. 220°. E ventilato. Quand’è butto dentro: prima ri-impastavo ma veniva più a malloppo, adesso incido con una paletta e-butto-dentro. Sto un po’ a guardare, gonfia. Carico l’orologio a 25 minuti. Lui cuoce. Poi sforno. Ha un bellissimo colore. Lascio dentro a raffreddare o se mi gira attravento tutto fuori dalla finestra. Non per strada, ma a freddare. Sul davanzale. Quand’è freddo, taglio. E’ pane. Sarà sei etti scarsi o poco più di mezzo chilo. Non è come quello di Benedetto, ma l’ho fatto io.
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