Hyde Pank
hopini.oni
hopini.oni
31 ago
Art. 3.
Tutti i cittadini sfigati hanno pari dignita’ sociale e sono eguali davanti alla legge, con qualche distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
28 ago
per globalist.it
Tutto è pronto, o quasi: parte oggi il campionato della tessera del tifoso, che si annuncia combattuto, tra defezioni da campagna abbonamenti, assalti armati al ministro dell’interno, sinistre promesse di guerriglia e coltellate ferragostane messe in scena dai soliti noti. Gli ultras violenti, fantomatica congrega di dementi da stadio che, in concomitanza con le partite di calcio, si dedicano alla (per loro) divertente attività di creare un clima di tensione intorno alla partita e sul percorso della trasferta. Fenomeni, ragioni e percorsi della violenza ultras sono oggetto di studio da anni, dunque non è il caso di approfondire qui. La finalità della tessera del tifoso sarebbe quella di creare una sorta di “club” dei tifosi accreditati. In realtà parliamo di una sostanziale schedatura, messa in atto come misura di prevenzione in un quadro in cui le norme, sufficienti a garantire l’ordine pubblico allo stadio, non vengono applicate. Si tratta di un’ammissione d’impotenza da parte di chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico, che si ritorce contro gli appassionati di calcio, costretti a superare mille ostacoli per poter godere dal vivo dello spettacolo calcistico. Poi ci si chiede come mai le presenze allo stadio siano così in calo… La promessa di guerra degli ultras, però, è pretestuosa: la tessera del tifoso diventa la scusa per mobilitarsi nell’ottica antisistema che contraddistingue i facinorosi da stadio. Il che ripropone la questione: è mai possibile che non ci sia modo di impedire che gli stadi siano di fatto zone franche dove l’ordine pubblico non è garantito? E quante responsabilità ha la politica permissiva che ha consentito per anni che allo stadio fossero consentiti comportamenti intollerabili fuori? Insomma, le solite domande, alle quali si risponde con la solita sbandierata inflessibilità, che durante l’anno avrà modo di ammorbidirsi, magari fino agli eccessi del prefetto amante dei riflettori che bonariamente minimizzava le coltellate ultras, definendole “puncicate”. E loro, al fin della licenza, “toccano” come sanno. Se la prospettiva era quella di togliere i delinquenti dalla strada, c’è da complimentarsi per la lungimiranza: si è ottenuto di svuotare gli stadi e consegnarli alle bande di facinorosi. Per fortuna non è così dappertutto, ma in alcune piazze “calde” si è superato il limite da tanto. E non si vede come sia possibile tornare indietro.
leggi anche stefano nazzi del post sul tema
26 ago
E’ difficile descrivere le sensazioni che si provano a camminare per le strade dell’Aquila. E’ un posto dove tutto si è fermato, in un tempo convulso. E la contraddizione si tocca con mano, soprattutto se si ricorda la città viva e colorata che in quelle rovine desolate s’indovina appena. Fa male, si piange. C’è questa piccola mostra, questi cento passi di cose toccanti appese alle transenne, che dicono molto del dramma, in un silenzio che lascia attoniti. Come le cose cadute che sono rimaste lì, senza che nessuno abbia potuto rimetterle a posto. E’ questo che, alla fine, fa rabbia: il fatto che sia negato, di fatto, il diritto a ricostruire la propria vita, partendo da quello che resta di quella vecchia, sepolta sotto cumuli di macerie alle quali non ci si può nemmeno avvicinare. Con l’inverno che arriva in fretta e un posto dove stare che è difficile chiamare casa. Bisogna andarci, all’Aquila, per testimoniarne lo stato. Non è una città morta, da quelle rovine rinascerà qualcosa. Quando smetteranno di impedirglielo.
Da seguire, Patrizia Tocci
26 ago
Che poi, tra una mutanda a perizoma e uno speciale sui mejo gusti di gelato leccati sulle spiagge italiane, riprendono quota le questioni di sostanza: tre operai licenziati dalla Fiat e reintegrati al lavoro da una sentenza del giudice che non sono stati riammessi in nome di una libertà d’impresa che non esiste. Sarebbe ora di ricominciare a parlare (ma forte) di diritti, ché a furia di passi indietro si fa in tempo a rimangiarsi il poco che è rimasto a distinguerci dalla manodopera che lavora in condizioni subumane in diverse zone del mondo dove ci piace delocalizzare. Basta seghe.
26 ago
Capita sempre più spesso di assistere agli spettacolini di quelli che, preso troppo sole, perdono la trebisonda e intervengono in pubblici consessi a rivelare il verbo di presunte verità, dall’alto di un sapere che è parte scienza infusa e parte folgorazione su strade che da Damasco sono ancora troppo lontane. Così, a margine di un piacevole incontro con un grande disegnatore di satira lieve, ancorché tagliente, come Staino, si assiste attoniti al break di un paio di sedicenti esperti che, facendo riferimento a fantomatici dati in loro possesso, sostengono balzane teorie sulla mancanza di differenze sostanziali tra la mafia che regge Firenze e quella che comanda Palermo. Cose che si commentano da sole, con un’alzata di spalle o (meglio sarebbe) un paio di pedate nel culo dell’opinionista demente, che è ovunque e alligna sempre più spesso anche negli sconfinati spazi internettici. Viene da pensare che il pessimo esempio del killeraggio quotidiano a colpi di dossier può servire da incentivo per le performance di certi scalmanati, per poi servirsene, in un perverso loop che incrementi a dismisura la libera circolazione della fanga delle calunnie. Una deriva contro cui non c’è rimedio, e a poco serve sperare che i primi a esserne travolti siano coloro che l’hanno alimentata, per creare un ambiente mefitico in cui curare i propri loschi affari. Dei dementi si servono i cinici: assecondare è pericoloso.
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