Citius, altius, fortius (16/2/2010)

cerchi verdi

Doveva essere il verde, il colore dominante dei Giochi Olimpici invernali, giunti alla ventunesima edizione. Vancouver e il Canada squisiti ospiti, per la terza volta dopo Montreal e Calgary, un’edizione estiva e una invernale come bagaglio d’esperienza. Il verde delle olimpiadi ecocompatibili, all’insegna della sostenibilità, insieme all’azzurro del mare che bagna la Sede Olimpica, a una manciata di chilometri dal confine americano e da Seattle, città di Jimi Hendrix, di Kurt Cobain e del popolo di Seattle. Si accendeva nel 1999 il fuoco No Global e proprio a Vancouver è andata in scena, nei giorni scorsi, la protesta Black Bloc. Nero sul verde e sull’azzurro, dunque, e marcia di protesta con danneggiamenti, cariche, arresti. Secondo copione. Le contraddizioni della festa olimpica si srotolano puntuali. Cassa di risonanza enorme, per i giochi bianchi di neve e di ghiaccio che allineano la metà delle nazioni rappresentate nel più ricco appuntamento estivo, sfalzato per motivi di cassetta, senza sovrapposizioni antieconomiche. Giochi ogni due anni e gioia a tutti i costi, anche se Nodar Kumaritashvili ha lasciato la pelle sulla velocissima pista dello slittino. The show must go on, eppoi s’è trattato di errore umano. Del povero Nodar, precisamente. Sono Giochi politically correct, che coinvolgono nell’organizzazione i tanti ragazzi difficili che fanno di Vancouver, così si dice, la città con più tossicodipendenti di tutto il Canada. Lasciando stare le facili etichette, si sa di laboratori “sociali” di falegnami che costruiscono podi di legno e di ragazzi con problemi di tossicodipendenza passati o presenti impegnati attivamente nell’evento. E il verde, in questo caso, ha il colore della speranza.

Citius, altius, fortius domina, per il resto, come sempre.

Per globalist.it il 16/2/2010