hopini.oni
Nonfiction/Fatto di sangue a Pietralata
A luglio, si sa, fa caldo. Specialmente a Roma. Walter lo sopportava a stento, ma a diciassette anni non si perde tempo a lamentarsi. Si mangia la vita a morsi. Meglio. Walter s’attaccava alla sigaretta e tirava. Avido. Marlboro morbide, mejo de quelle col pacchetto duro. Più dolci. Non merda secca come le MS, che Walter non se l’era mai fumate. Lavorava. Come una bestia. Da quando aveva undici anni. Attaccava la mattina che era buio, al mercato di Centocelle, quello scoperto. Arrivava alle quattro, quattro e mezza. Montava i banchi di legno. Aspettava i camion che portavano la frutta, chi arrivava dai mercati generali, chi da Latina. Poi sotto a metterla sui banchi, ordinata, colorata, bella. E poi di corsa a scuola, alle otto e mezza, per colazione una Marlboro morbida. Walter firmava il suo diario pagina per pagina, col cognome e col nome, e la doppia w la cominciava con uno svolazzo. Poi ci scriveva forza Lazio. Era matto per Chinaglia anche se a pallone era scarso. Una volta si presentò al campetto dei pratoni di Viale della Primavera con gli scarpini nuovi di zecca. Appena fregati alla Standa, ma non da lui. C’era Fumo, per queste cose. Fumo era scuro scuro, stava sempre zitto. Era come una pantera. E ci pensava lui. Mancavano le sigarette, faceva un giro, apriva una macchina e rimediava le sigarette. Si doveva fare la partita di calcio, andava alla standa e fregava scarpini, magliette, di tutto. E Walter s’era ricomprato questo paio di scarpini fiammanti, pagati cari, tipo due-tremila lire. Lui era così, se voleva una cosa se la comprava. E gli piacevano i baffi. I soldi, li portava a casa: erano in parecchi e finalmente avevano traslocato, da Centocelle a Pietralata. Alle case popolari di Via Flora, vicino a dove s’allagava sempre. Palazzi in cortina come alveari, ascensori, giardinetti, una sciccheria, in confronto a quello che c’era prima: le baracche, senza acqua, senza luce, senza speranza. Così Walter oltre a lavorare prima della scuola cominciò pure a prendere il 212, la mattina che era buio. E poi finì di andare a scuola e ai banchi di frutta sostituì i cantieri, e la vita scorreva. Lavorare, farsi il mazzo, crescere, coltivare i baffetti, aspettare. La sera. Che arrivava il film sulle tivvù private, e poi lo spogliarello.
A luglio, si sa, fa caldo. Specialmente a Roma. S’era fatto tardi, erano andati tutti a mettersi a letto. Walter stava in soggiorno e guardava la televisione, con la finestra aperta e l’idrolitina in mano, a rutto libero. Guardava qualche film in giro, tra GBR e Telefantasy. Sotto casa passava qualche macchina, c’era qualcuno della Ruffo che trottava, ora di rientro. Walter se ne stava sul divano, a torso nudo. E la televisione andava, a volume sostenuto. Troppo, per il vecchio del palazzo di fronte. Attaccato. Vicino. Che vedevi quello che uno faceva e sentivi quello che diceva. Walter era uno fumantino. S’accendeva come le Marlboro morbide. Quando il vecchio s’affacciò e si mise a strillare, come faceva spesso, s’incazzò di brutto. “Ahò, abbassate sta televisione, li mortacci vostra! Fatece dormì! Ma che siete sordi?” attaccò il vecchio pazzo dal balcone. Walter si affacciò con la Marlboro in mano e gridò: “A vecchio demmerda, vatte a mette a letto e nun me rompe li cojoni! Io tengo la televisione alta quanto me pare! E’ presto e domani nun se lavora!”. Rimase per un po’ fuori a godersi l’arietta fresca. Il vicino non era tenero, anzi. Rincarò la dose: “Porta rispetto, a stronzé. Io ho fatto la guerra, quelli come te me l’attacco ar dito mignolo. Abbassa quella televisione, che quando te becco pe strada famo li conti”. “E che me fai, a nonno? Ma ringrazia dio che sei vecchio, che sinnò te lo facevo vede io…”. Walter non avrebbe torto un capello a una mosca, ma gli piaceva sembrare più grande e più forte. Diede un tiro alla Marlboro morbida e si stiracchiò. “Ma anvedi questo…”. Buttò la cicca e rientrò dentro. Il film arrivava al clou: cowboy, indiani, fucilate, carneficine. Un casino della madonna. E un’altra idrolitina, sul divano. Faceva un caldo infernale. Il vicino tornò alla carica. “Ahòòò co sta televisione! E’ mezzanotte! Fatela finita! Pezzi de merda! Ma io v’ammazzo! Ve levo dar monno!”. Walter tornò fuori e si mise a sfotterlo: “Ma vattene a letto, a cacacazzi! La televisione la tengo arta quanto me pare e tu vattene affanculo!”. Il vecchio fece per rientrare in casa e Walter lo accompagnò con l’ultima battuta: “ecco, vaibbello, vattene a letto, a nonno! Nun ce rompe er cazzo!”. Si appoggiò alla ringhiera, godendosi l’ultima Marlboro. Tra poche ore sarebbe suonata la sveglia, il tempo di vedere uno spogliarellazzo e avrebbe spento la Tv e sarebbe andato a ninna. Rimase affacciato e non si accorse del vecchio che usciva fuori. Con un fucile in mano. Era un reduce, un cacciatore, insomma uno che teneva delle armi in casa. E faceva caldo, e la tv strillava, e Walter era irrispettoso. “TI INSEGNO IO L’EDUCAZIONE!” strillò il vecchio. E sparò un colpo secco. Walter si girò all’improvviso e sentì una vampa nel petto, mentre aspirava la Marlboro morbida. Dolore e stupore. “Ma che m’hai sparato? Ma che sei matto?” disse, piano piano. S’accasciò a terra e ripensò a quei diciassette anni di fatica insensata. Che erano meglio, molto meglio che andarsene. Con tutta la vita davanti, e una fucilata nel petto a dire basta. Il tempo di uscire con una foto sul giornale. Con i baffetti curati. In cronaca nera.
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da pank il 24 luglio 2010 alle 12:33 AM, ed è archiviato come non-fiction. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Sia i commenti sia i ping sono disattivati. |
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