hopini.oni
Archivio di aprile 2010
Stallo
29 apr
La gente sciamava sul marciapiede stretto stretto. Andavano avanti e indietro come formiche impazzite, ciascuno col suo fagotto, trolley, pacco viveri, borsone sportivo anonimo che ha preso il posto della valigia legata con lo spago, quello giallo oro che spelacchiava fili impazziti, che a toccarli pungevano. Erano borse che non si chiudevano mai, foderate di carta a gigli o stoffa sintetica, lucida come se fosse seta o raso. I bus si affiancavano a spina di pesce e si divertivano a mischiare i crocchi di persone, aprendo il bagagliaio chi a destra, chi a sinistra. Eri in fila per la Lucania e c’era il campano che chiedeva il passo per andare a caricare il valigione dalla parte sua, anche se era l’altra banchina. O stallo. E chi scendeva lì doveva caricare la borsa in un posto, chi scendeva prima o dopo in un altro. Sciami. L’umidità era fuori controllo. Sembrava di essere nella stazione dei bus di una città dell’Asia minore.
DASPO e DAPO
25 apr
Maroni sproloquia di DASPO ai giocatori. A guardare quello che è successo nell’ultimo derby, potrebbe avere certamente qualche ragione. Rimane il fatto che il Ministro dell’Interno è lui e che come responsabile massimo dell’ordine pubblico dovrebbe spiegare come mai, continuando l’opera dei suoi predecessori, non riesca nemmeno lui a garantire l’ordine pubblico in un’area da tempo sottratta alla convivenza civile, come lo stadio.
Sull’argomento l’approfondimento di Nicola Sorrentino per diritto di critica.
Da cui traggo, tanto per non dimenticare di chi parliamo, l’istruttivo video che vedete più avanti. Per certi politici ci vorrebbe il Divieto di Accesso agli avvenimenti POlitici…
Il viaggio di Fini
23 apr
E’ stato un lungo cammino di esternazioni, gesti di rottura, differenze marcate, prese di posizione sempre più divaricate dalla strada maestra. Che deviava di suo verso il localismo xenofobo e semianalfabeta della Lega. Un allontanamento reciproco che, in quanto tale, pare più repentino, simile a uno schiocco. Fini ha mantenuto l’aplomb nello scontro, anche se qualche particolare ne rivelava lo stato d’animo teso e adrenalinico. Berlusconi era una maschera ringhiante che cercava di rientrare nei soliti panni di quello con la voce suadente e flautata. E’ stato uno scambio più “vero” di qualunque altra cosa abbia propinato la destra in anni e anni d’intorpidimento delle coscienze di massaie e vecchini. Fini segna un punto e valuta di quante forze può disporre a oggi: poca roba, ma può solo crescere. La sua credibilità di uomo di destra liberale è tutta da conquistare, ma lui ci lavora quotidianamente. Sembra dire cose “di sinistra”, a volte. In realtà fa riferimento a un sistema di valori. E spicca sulla melassa catodica proprio per questo: valori contro il culto della personalità.
Melitzanosalata
22 apr
Adoro le melanzane. Oltre che per il sapore, per come sono fatte. Più di tutto mi piace il rumore che fanno quando le tocchi, le tagli, le lavi e che. Una specie di cigolio, di suono ruvido come di qualcosa di vagamente spugnoso che sfrega. Mi mancano le parole per descriverlo, ma il suono è inconfondibile. Comunque, c’era questa melanzana un po’ grossa che rimaneva indietro. Pensa che ti ripensa, m’è venuta in mente la melitzanosalata di Mirtyotissa, che mangiammo golosissimamente. Aveva uno spuntino di bruciccio sfizioso da morì, e poi era un trionfo d’aglio che innescava la fiatata zanzaricida. Niente tentennamenti. Cerco il libro dei meze che avevo comprato a Istanbul ma non lo trovo: l’alternativa era il Baba Ganoush o come si chiama, in questi giorni ricchissimi di sesami e oli. Vabbè, Melitzanosalata sia. In forno il melanzanone a 190° e via in passeggiata verso il tramonto di Hopini, incendiata di primavera. Al ritorno (40 minuti) spellatura della melanzana e scomposizione della stessa in una serie di fettine irregolari. Si punta a tritarla ma non ci si priva del piacere pastrugnone e regazzino di sfracagnarla nelle modalità più strane, in quel delirio della pappetta che tutti, prima o poi, ha attanagliato. Uno spicchio d’aglio tritato, e uno solo, per limitare l’inevitabile alito peso. E l’aceto, ma quello di Mario è potentissimo e sbilancerà un po’ il gusto finale. Un po’ di pepe e via con lo spappamento, che è meglio fare a mano perché i vari tritelli automatici la spappettano troppo liquida (già via dal forno ha cacciato acqua a ettolitri). Poi si fa freddare e si condisce con l’olio e il prezzemolo, un’olivetta per guarnire eccetera. Ci fosse la pita o il pane arabo o quella cosa che come la chiami la chiami è sempre vicinissima alla focaccia andrebbe bene. Fosse calda andrebbe meglio. Qua c’è il pane fatto a mano con le olive e quello con i semi di girasole. Va bene, la melitzanosalata, da sola, col cacio di pecora, ma non è feta ché non ce n’era, e, m’immagino, con tante altre cose. Fa venire voglia di Grecia. Bisogna andarci. Domani si ricomprano le melanzane e si fa il Baba Ganoush.
Bella, ciao
22 apr
Il sindaco di Mogliano Veneto non vuole che la banda suoni per il 25 aprile Bella, ciao. Il canto partigiano sarebbe troppo politicizzato (dove? Il testo lo conosciamo tutti benone) e sarebbe più adatta la canzone del Piave. Non ci sarebbe nemmeno da prendersi la briga di ricordare che il 25 aprile con la Grande Guerra non ha niente a che vedere e che la Canzone del Piave risale, appunto, al 15/18. Su Bella Ciao ci si sveglia una mattina e si trova l’invasor, che poi sarà cacciato via per liberare il suolo patrio. Nel funesto quadro della guerra civile l’invasore si giovava della collaborazione di quelli che stavano dalla parte sbagliata. Il sindaco di Mogliano, nascondendosi dietro la foglia di fico di una presunta “istituzionalità” dell’inno (allora Mameli e basta, e la banda può suonare solo mazurche?) rivolta la frittata e ripropone sotto altra ricetta l’eterna questione che mette sullo stesso piano cose che non ci possono stare. E non certo perché abbiano vinto i partigiani: a vincere fu l’Italia, che si liberò per diventare democratica e repubblicana.




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